Ciao Andrea, grazie perché con ogni tuo scritto dimostri che tornare all'essenziale non significa perdere qualcosa, ma restituire respiro e profondità a ciò che conta. Ogni settimana togli una maschera, di quelle ormai così adese da non essere più visibili ai più, rendendole di nuovo manifeste. E nonostante il dolore di questi strappi, che rendono evidente la disfunzionalità a cui siamo soggetti, è bello trovare ogni volta la bellezza che sta al di sotto, la meraviglia, appunto, dell'essenziale.
Che bello leggere questo tuo messaggio Elena, perchè è esattamente il mio intento. Mai come oggi dobbiamo tornare a pensare, a confrontarci. Solo così possiamo cambiare le cose.
Si. Come qualcun altro scriveva, è molto importante che ci siano persone capaci di dare voce ai pensieri di molti, per non sentirsi soli e cominciare a creare movimento nella direzione di un cambiamento radicale e profondo. Che non può che cominciare, a mio parere, proprio dentro la coscienza di ciascuno. Buon lavoro e grazie ancora!
La direzione dell’osservazione alta non ci può abbandonare. Eppure in pochi procedono anche sulla dimensione verticale della vita, quella che ti solleva e ti dà un punto di osservazione in alto, fuori dalla dimensione orizzontale.
Sono due orizzonti visibili dai due punti di osservazione e sono molto diversi, più è alto il punto di osservazione più vasto è l’orizzonte maggiore è la visione. Stare in quel punto d’intersezione e tenere presenti le due dimensioni ci darebbe la possibilità di metterle in relazione, e di farci delle domande. E, si, ci sarebbe di grande utilità su molti piani.
Che bella parola, la r-e-s-p-o-n-s-a-b-i-l-i-t-à. A Stoccarda qualche anno fa i cittadini protestarono in modo molto veemente contro l’abbattimento di molti alberi e molta erba in centro città a favore del cemento per l’ampliamento della stazione ferroviaria. E li presero a bastonate, e li chiamarono cittadini arrabbiati. Stoccarda è la sede di Mercedes-Benz e di Porsche. Ora, con la crisi dell’auto, a quali lavoratori servirà quel costosissimo ampliamento?
Ci sono migliaia di queste scene, ahimè. Io che vengo dalla campagna le ho vissute tutte sulla mia pelle, come piccole cicatrici che poi non passano più.
Grazie Andrea per essere riuscito con le tue parole a dare un’immagine concreta del tempo che “viviamo” e da cui mi sento soffocata da vera boomer quale sono. Il ritorno alla semplicità del passato sarebbe un sogno , ma diventa il mio rifugio nei momenti più difficili.
Grazie Andrea... mi risuona tutto e spero di dare un contributo, riprendendo il concetto già affermato qui della R E S P O N S A B I L I T À, con un estratto di una cosa che sto scrivendo.
...serve più responsabilità. Che non è solo rispondere delle conseguenze, ma scegliere in anticipo con consapevolezza. Responsabilità significa capacità di orientare il proprio potere: decidere non solo cosa possiamo fare, ma cosa è giusto fare. In questo senso è un vero “superpotere”, perché richiede integrazione tra libertà, valori e impatto. È ciò che impedisce alla facilità di trasformarsi in superficialità.
“Da grandi poteri nascono grandi responsabilità” è il manifesto del superpotere per definizione, è il mantra di Spiderman che ci insegna che ogni forma di potere, come sono talento, conoscenza, tecnologia, influenza, non è neutra. Più aumenta ciò che puoi fare, più cresce l’impatto delle tue azioni sugli altri e sul mondo. E quindi cresce anche la tua responsabilità di usarlo in modo consapevole: il potere amplia le possibilità, la responsabilità ne orienta l’uso. Torniamo al concetto di sense making.
Senza responsabilità, il potere rischia di diventare arbitrio, superficialità o persino danno. Con la responsabilità, invece, il potere diventa cura, scelta e direzione.
Nel contesto di oggi, questa frase è ancora più attuale: strumenti come l’IA danno a molti un potere che prima era riservato a pochi. Questo non significa solo che possiamo fare di più, ma anche che dobbiamo chiederci con più attenzione perché e per chi lo facciamo.
Non siamo responsabili solo di ciò che facciamo, ma anche di ciò che potremmo fare e scegliamo di non fare.
Questa idea trova una rappresentazione potente nel Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Il simbolo rielabora l’infinito inserendo un cerchio centrale: non è solo un segno grafico, ma un modello di pensiero. I due cerchi opposti rappresentano natura e artificio; il terzo spazio, al centro, è il luogo della loro riconciliazione. È qui che si esercita la responsabilità: non nel rifiuto della tecnologia né nella sua accettazione acritica, ma nella capacità di integrarla generando un nuovo equilibrio evolutivo, nuovi scenari...
Nel leggere questa tua riflessione ho percepito un'immediata sensazione di immedesimazione, come se quello che stavo leggendo lo avessi pensato e scritto io, magari usando qualche parola e/o frase diversa. È assolutamente vero che, perbuna questione di sopravvivenza del genere umano, non possiamo più permetterci di continuare ad interpretare lo stesso copione, quello che ostiniamo a recitare da più di cinquant'anni a questa parte. Ma è altrettanto vero che, nei fatti, quasi nessuno di noi è disposto a rinunciare alle comodità alle quali la civiltà della produzione e del consumo sfrenato ci ha abituato. In effetti, concordo nel sostenere che l'unica alternativa ad una comoda estinzione del genere umano sarà quella di investire tutte le nostre risorse in una faticosa educazione alla rinucia del superfluo.
Durante tutta la lettura ho pensato ad un’altra faccia del nostro “fare senza pensare” quella a cui alludi quando parli di Anders, quel “abbiamo perso la capacità di sentire le conseguenze di quello che facciamo. E .. in assenza di quel freno andiamo avanti per inerzia”. Io non costruisco e non autorizzo capannoni, ma spesso mi domando, diversamente dalla signora Renata, se la direzione di quello che penso e che per fortuna non sempre faccio, sia quella sbagliata. Mi perdono gli oggetti inutili che ho comprato, molto meno di aver sbagliato strada e di aver dato indicazioni sbagliate a chi mi ama.
Andrea, ti voglio bene e sposo tutto ciò che dici. Con un contributo.
La “banalità del male” è nostra responsabilità individuale. Ognuno è chiamato a farci i conti in propria coscienza. Quando compriamo un oggetto, prima di comprarlo, respiriamo 3 secondi e facciamoci qualche domanda.
Ma è anche, forse soprattutto, qualcosa da prendere in mano insieme, collettivamente. E’ su questo piano culturale/condiviso che abbiamo ceduto. Abbiamo deciso che il limite tra necessità e accumulo è una questione PRIVATA.
La cosa ancora più paradossale, se ci pensiamo, è che nessuno in un consiglio comunale, in una seduta parlamentare, ha voluto porsi la ‘domanda’, pur gestendo la cosa PUBBLICA.
Perciò sono d’accordo: è soprattutto in alto che va fatta la domanda. E’ soprattutto a chi ha una responsabilità diretta sui luoghi e tempi di vita delle persone che va fatta la domanda. Ma dato che è realmente TROPPO RADICALE, la domanda va trasformata...
Come? Più o meno così: questa cosa che andremo a costruire che funzione ha per le persone di questo territorio, tutte? Nella misura in cui risponde a un bisogno razionale, questo bisogno possiamo soddisfarlo in modo che sia di beneficio il più possibile per tutti, per il bilancio comunale, l’impresa costruttrice, il suolo naturale, i futuri cittadini?
Nella misura in cui si cerca questo equilibrio, che si chiama ‘bene comune’, già si esce dalla logica a compartimento stagni e del PIL e si entra in una logica di sostenibilità.
La possibilità praticabile, non utopica e sovversiva, è praticare una ECONOMIA CIVILE, responsabile anziché basata sull’estrazione e sulle ‘esternalità’. Questo paradigma andrebbe sposato prima di tutto dall’apparato pubblico nella misura in cui è un soggetto economico. E da ognuno di noi nella misura in cui fa impresa. Infine potrebbe animare ogni nostra scelta economica anche di consumo.
Sul piano personale possiamo essere più sovversivi, e seguire l'esempio di Socrate, che attraversando il mercato pensava 'sono felice di scoprire di quante cose non ho bisogno'.
Ciao Andrea, grazie perché con ogni tuo scritto dimostri che tornare all'essenziale non significa perdere qualcosa, ma restituire respiro e profondità a ciò che conta. Ogni settimana togli una maschera, di quelle ormai così adese da non essere più visibili ai più, rendendole di nuovo manifeste. E nonostante il dolore di questi strappi, che rendono evidente la disfunzionalità a cui siamo soggetti, è bello trovare ogni volta la bellezza che sta al di sotto, la meraviglia, appunto, dell'essenziale.
Che bello leggere questo tuo messaggio Elena, perchè è esattamente il mio intento. Mai come oggi dobbiamo tornare a pensare, a confrontarci. Solo così possiamo cambiare le cose.
Si. Come qualcun altro scriveva, è molto importante che ci siano persone capaci di dare voce ai pensieri di molti, per non sentirsi soli e cominciare a creare movimento nella direzione di un cambiamento radicale e profondo. Che non può che cominciare, a mio parere, proprio dentro la coscienza di ciascuno. Buon lavoro e grazie ancora!
La direzione dell’osservazione alta non ci può abbandonare. Eppure in pochi procedono anche sulla dimensione verticale della vita, quella che ti solleva e ti dà un punto di osservazione in alto, fuori dalla dimensione orizzontale.
Sono due orizzonti visibili dai due punti di osservazione e sono molto diversi, più è alto il punto di osservazione più vasto è l’orizzonte maggiore è la visione. Stare in quel punto d’intersezione e tenere presenti le due dimensioni ci darebbe la possibilità di metterle in relazione, e di farci delle domande. E, si, ci sarebbe di grande utilità su molti piani.
Il problema Rosanna è che ormai molti, puntano solo alle loro scarpe con lo sguardo
Che bella parola, la r-e-s-p-o-n-s-a-b-i-l-i-t-à. A Stoccarda qualche anno fa i cittadini protestarono in modo molto veemente contro l’abbattimento di molti alberi e molta erba in centro città a favore del cemento per l’ampliamento della stazione ferroviaria. E li presero a bastonate, e li chiamarono cittadini arrabbiati. Stoccarda è la sede di Mercedes-Benz e di Porsche. Ora, con la crisi dell’auto, a quali lavoratori servirà quel costosissimo ampliamento?
Ci sono migliaia di queste scene, ahimè. Io che vengo dalla campagna le ho vissute tutte sulla mia pelle, come piccole cicatrici che poi non passano più.
Grazie Andrea per essere riuscito con le tue parole a dare un’immagine concreta del tempo che “viviamo” e da cui mi sento soffocata da vera boomer quale sono. Il ritorno alla semplicità del passato sarebbe un sogno , ma diventa il mio rifugio nei momenti più difficili.
Ti abbraccio!
Grazie Andrea, questo articolo è la "messa in bella" di tanti pensieri degli ultimi tempi, miei e credo (o spero) di tanti.
speriamo davvero di tanti Francesco!
Grazie Andrea... mi risuona tutto e spero di dare un contributo, riprendendo il concetto già affermato qui della R E S P O N S A B I L I T À, con un estratto di una cosa che sto scrivendo.
...serve più responsabilità. Che non è solo rispondere delle conseguenze, ma scegliere in anticipo con consapevolezza. Responsabilità significa capacità di orientare il proprio potere: decidere non solo cosa possiamo fare, ma cosa è giusto fare. In questo senso è un vero “superpotere”, perché richiede integrazione tra libertà, valori e impatto. È ciò che impedisce alla facilità di trasformarsi in superficialità.
“Da grandi poteri nascono grandi responsabilità” è il manifesto del superpotere per definizione, è il mantra di Spiderman che ci insegna che ogni forma di potere, come sono talento, conoscenza, tecnologia, influenza, non è neutra. Più aumenta ciò che puoi fare, più cresce l’impatto delle tue azioni sugli altri e sul mondo. E quindi cresce anche la tua responsabilità di usarlo in modo consapevole: il potere amplia le possibilità, la responsabilità ne orienta l’uso. Torniamo al concetto di sense making.
Senza responsabilità, il potere rischia di diventare arbitrio, superficialità o persino danno. Con la responsabilità, invece, il potere diventa cura, scelta e direzione.
Nel contesto di oggi, questa frase è ancora più attuale: strumenti come l’IA danno a molti un potere che prima era riservato a pochi. Questo non significa solo che possiamo fare di più, ma anche che dobbiamo chiederci con più attenzione perché e per chi lo facciamo.
Non siamo responsabili solo di ciò che facciamo, ma anche di ciò che potremmo fare e scegliamo di non fare.
Questa idea trova una rappresentazione potente nel Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto. Il simbolo rielabora l’infinito inserendo un cerchio centrale: non è solo un segno grafico, ma un modello di pensiero. I due cerchi opposti rappresentano natura e artificio; il terzo spazio, al centro, è il luogo della loro riconciliazione. È qui che si esercita la responsabilità: non nel rifiuto della tecnologia né nella sua accettazione acritica, ma nella capacità di integrarla generando un nuovo equilibrio evolutivo, nuovi scenari...
Nel leggere questa tua riflessione ho percepito un'immediata sensazione di immedesimazione, come se quello che stavo leggendo lo avessi pensato e scritto io, magari usando qualche parola e/o frase diversa. È assolutamente vero che, perbuna questione di sopravvivenza del genere umano, non possiamo più permetterci di continuare ad interpretare lo stesso copione, quello che ostiniamo a recitare da più di cinquant'anni a questa parte. Ma è altrettanto vero che, nei fatti, quasi nessuno di noi è disposto a rinunciare alle comodità alle quali la civiltà della produzione e del consumo sfrenato ci ha abituato. In effetti, concordo nel sostenere che l'unica alternativa ad una comoda estinzione del genere umano sarà quella di investire tutte le nostre risorse in una faticosa educazione alla rinucia del superfluo.
Durante tutta la lettura ho pensato ad un’altra faccia del nostro “fare senza pensare” quella a cui alludi quando parli di Anders, quel “abbiamo perso la capacità di sentire le conseguenze di quello che facciamo. E .. in assenza di quel freno andiamo avanti per inerzia”. Io non costruisco e non autorizzo capannoni, ma spesso mi domando, diversamente dalla signora Renata, se la direzione di quello che penso e che per fortuna non sempre faccio, sia quella sbagliata. Mi perdono gli oggetti inutili che ho comprato, molto meno di aver sbagliato strada e di aver dato indicazioni sbagliate a chi mi ama.
Andrea, ti voglio bene e sposo tutto ciò che dici. Con un contributo.
La “banalità del male” è nostra responsabilità individuale. Ognuno è chiamato a farci i conti in propria coscienza. Quando compriamo un oggetto, prima di comprarlo, respiriamo 3 secondi e facciamoci qualche domanda.
Ma è anche, forse soprattutto, qualcosa da prendere in mano insieme, collettivamente. E’ su questo piano culturale/condiviso che abbiamo ceduto. Abbiamo deciso che il limite tra necessità e accumulo è una questione PRIVATA.
La cosa ancora più paradossale, se ci pensiamo, è che nessuno in un consiglio comunale, in una seduta parlamentare, ha voluto porsi la ‘domanda’, pur gestendo la cosa PUBBLICA.
Perciò sono d’accordo: è soprattutto in alto che va fatta la domanda. E’ soprattutto a chi ha una responsabilità diretta sui luoghi e tempi di vita delle persone che va fatta la domanda. Ma dato che è realmente TROPPO RADICALE, la domanda va trasformata...
Come? Più o meno così: questa cosa che andremo a costruire che funzione ha per le persone di questo territorio, tutte? Nella misura in cui risponde a un bisogno razionale, questo bisogno possiamo soddisfarlo in modo che sia di beneficio il più possibile per tutti, per il bilancio comunale, l’impresa costruttrice, il suolo naturale, i futuri cittadini?
Nella misura in cui si cerca questo equilibrio, che si chiama ‘bene comune’, già si esce dalla logica a compartimento stagni e del PIL e si entra in una logica di sostenibilità.
La possibilità praticabile, non utopica e sovversiva, è praticare una ECONOMIA CIVILE, responsabile anziché basata sull’estrazione e sulle ‘esternalità’. Questo paradigma andrebbe sposato prima di tutto dall’apparato pubblico nella misura in cui è un soggetto economico. E da ognuno di noi nella misura in cui fa impresa. Infine potrebbe animare ogni nostra scelta economica anche di consumo.
Sul piano personale possiamo essere più sovversivi, e seguire l'esempio di Socrate, che attraversando il mercato pensava 'sono felice di scoprire di quante cose non ho bisogno'.