Tre maggio
Sull’ultima cosa che ci siamo permessi di non chiederci
C’è un copione che recitiamo da almeno cinquant’anni e che continua a sembrarci normale.
Una persona ha un’idea. Trasforma l’idea in un prodotto. Il prodotto serve a poco di particolare, nel senso che la vita umana procedeva benissimo prima che esistesse, ma viene venduto bene, viene comprato in massa, viene replicato in milioni di esemplari. La filiera produttiva di quel prodotto richiede materie prime estratte in qualche posto del mondo dove l’estrazione devasta acqua, suolo, comunità umane. La produzione richiede energia in quantità che cinquant’anni fa avrebbe alimentato una piccola città per anni. Il trasporto richiede navi container e camion e aerei. L’imballaggio richiede plastica destinata a sopravvivere all’inventore del prodotto di centinaia di anni.
Quella persona, alla fine di questo processo, diventa molto ricca. E quando la intervistano, la presentano come un esempio. Una storia di successo. Un modello da imitare per i giovani. Quando muore, le dedicano lunghi servizi sui giornali, in cui si racconta la sua visione, la sua tenacia, la sua capacità di vedere quello che agli altri sfuggiva.
Nessuno le chiede mai, davvero, una cosa sola: Ma serviva?
E qui si apre la questione vera, quella che evitiamo di guardare in faccia. Chi stabilisce il confine tra il necessario e il superfluo? Tra quello che serve davvero e quello che è solo accumulo? Una casa serve. Tre case servono? Una macchina serve. Sette macchine servono? Un milione di euro serve a vivere. Cento milioni servono ancora a vivere, o servono a qualcos’altro che non sappiamo nominare?
La nostra cultura ha trovato una scappatoia elegante. Ha smesso di porre la domanda. Ha deciso che il limite tra necessità e accumulo è una questione privata, perché ogni accumulo è considerato in qualche modo un’estensione di una necessità futura, di una sicurezza, di una libertà ulteriore. Chi accumula viene chiamato previdente, lungimirante, di successo. Chi pone domande sull’accumulo viene chiamato invidioso. La parola avidità, che fino a un secolo fa era un peccato capitale e prima ancora un disordine spirituale, è uscita dal vocabolario pubblico e si è ritirata nei sermoni e in qualche romanzo.
Senza quella parola, però, ci manca lo strumento per vedere quello che vediamo. Per dire che la persona di cui parlavo prima ha trasformato un bisogno reale in un mercato infinito non per servire meglio nessuno, ma per accumulare oltre il limite di quello che chiunque potrebbe ragionevolmente chiamare necessario per vivere bene. E che l’intero sistema, dietro di lei, è disegnato per funzionare allo stesso modo. La crescita richiede l’accumulo, l’accumulo richiede di rimuovere il concetto di sufficienza, e una società che ha rimosso la sufficienza è una società che, per costruzione, non può fermarsi.
Il tre maggio, pochi giorni fa, l’Italia ha esaurito tutte le risorse rinnovabili che il pianeta è in grado di rigenerare per un cittadino italiano in un anno. Si chiama Overshoot Day. Tre giorni prima rispetto al 2025. Sedici giorni prima rispetto al 2024. Ogni anno la data si sposta indietro.
Tradotto: se tutta l’umanità vivesse come gli italiani, servirebbero quasi tre pianeti per sostenerci. Da ieri fino al 31 dicembre, 242 giorni, vivremo a credito. Stiamo prendendo in prestito dalle generazioni che verranno una quota di acqua, suolo fertile, foresta, biodiversità, capacità di assorbimento della CO2 che la Terra avrà esaurito molto prima del loro arrivo.
Leggendo i recenti dati ISPRA si evidenzia che in Italia perdiamo ventitré ettari di suolo fertile al giorno. Coperti da cemento. Capannoni, parcheggi, centri logistici, rotonde, lottizzazioni residenziali. Nel 1970 la superficie agricola del paese era l’ottantatré per cento del territorio nazionale. Oggi è il cinquantacinque per cento. In una vita d’uomo abbiamo asfaltato un terzo del suolo agricolo italiano.
E nessuno, mai, in alcuna riunione di consiglio comunale, in alcun consiglio di amministrazione, in alcuna conferenza stampa, ha dovuto rispondere alla stessa domanda di prima. Ma serviva?
Günther Anders, filosofo della tecnica che pochi leggono e che andrebbe riletto adesso più di mai, lo aveva intuito nel 1956. Lo chiamava dislivello prometeico. Diceva che l’umanità ha sviluppato la capacità di produrre cose la cui portata reale supera la nostra capacità di immaginare le conseguenze di produrle. Le bombe atomiche le costruiamo, ma le morti di massa che possono provocare restano fuori dalla nostra capacità di sentirle. I capannoni li facciamo costruire, ma il suolo morto sotto il cemento per i prossimi millenni è invisibile. Le tazzine usa-e-getta le compriamo, ma il continente di plastica galleggiante nel Pacifico è una notizia astratta che leggiamo distrattamente al mattino.
Anders chiamava questa condizione una specie di analfabetismo emotivo della specie tecnologica. Sappiamo fare, e abbiamo perso la capacità di sentire le conseguenze di quello che facciamo. E poiché sentire le conseguenze sarebbe l’unico freno possibile, in assenza di quel freno andiamo avanti per inerzia, ogni giorno, a costruire cose perché si possono costruire. A venderle perché si possono vendere. A comprarle perché si possono comprare.
C’è una parola tecnica per descrivere questo processo: si chiama imperativo tecnologico. Ogni capacità tecnica disponibile chiede di essere realizzata. Ogni nicchia di mercato chiede di essere riempita. Ogni terreno edificabile chiede di essere edificato. La possibilità di una cosa diventa, nei fatti, l’obbligo morale di farla, perché altrimenti la farà qualcun altro, e noi resteremo indietro. Il termine “indietro”, in questa frase, è la chiave di tutta la trappola. Indietro rispetto a cosa esattamente? A una direzione di marcia che abbiamo evitato di discutere, che è stata data per scontata, e che si chiama crescita.
La cosa che mi colpisce, vivendo in Franciacorta, è che l’erosione di cui parlo si vede a occhio nudo. Negli ultimi vent’anni, sulle strade che faccio in bici, sono spuntati capannoni a un ritmo che dall’esterno è difficile immaginare. Campi che ricordo coltivati a vite o a granoturco oggi sono lottizzazioni industriali. Centri logistici grandi quanto piccoli paesi. Rotonde nuove ogni sei mesi, per servire i nuovi capannoni. Asfalto che cresce come un fungo grigio sopra una pianura che era considerata, fino a una generazione fa, una delle più fertili d’Europa.
Ognuno di questi cantieri è stato approvato da qualche assessore. Ognuno ha generato lavoro temporaneo per gli operai del cantiere, lavoro permanente per chi lavora nel capannone una volta finito, gettito fiscale per il comune, indotto per i fornitori. Ognuno è stato presentato, sui giornali locali, come una buona notizia per il territorio. Ed è qui che la trappola si chiude: ognuno di questi gesti, preso uno per uno, è economicamente razionale. È la somma di gesti razionali che produce un esito collettivamente folle.
Hannah Arendt parlava della banalità del male a proposito di un funzionario nazista che eseguiva ordini senza pensarci. La banalità ecologica del nostro tempo è simile. Nessuno è cattivo. Nessuno odia gli alberi che vengono tagliati per costruire il capannone. L’imprenditore che chiede il permesso a costruire ha una sua razionalità, l’assessore che lo concede ha la sua, l’operaio che cementifica il prato ha la sua e ce l’ha pure l’azienda di logistica che ci installa il magazzino. Sommando tutte queste razionalità individuali, si ottiene un’irrazionalità collettiva di cui nessuno si sente responsabile.
E questo perché la responsabilità, nel sistema in cui viviamo, si ferma sempre prima della conseguenza ultima. L’imprenditore è responsabile del suo capannone, non della perdita complessiva di suolo agricolo italiano. L’assessore è responsabile dei conti del comune, non del clima del 2070. Il consumatore è responsabile della propria spesa, non della filiera che la rifornisce. Ognuno guarda dentro la propria casella e si dichiara in regola. Solo che sommando le caselle, abbiamo asfaltato un terzo del suolo coltivato in meno di 40 anni.
C’è una domanda che vorrei poter fare, ad alta voce, ai consigli comunali, agli imprenditori, ai politici, ai consumatori, a me stesso. La domanda è semplice e impronunciabile insieme.
Quando autorizziamo un cantiere, prima di autorizzarlo: questa cosa che andremo a costruire serve a una funzione che le persone di questo territorio non riuscirebbero a vivere senza, o stiamo solo facendo entrare soldi nel bilancio comunale per quattro anni? Quando compriamo un oggetto, prima di comprarlo: questo oggetto entrerà nella mia vita risolvendomi qualcosa, o entrerà come uno dei mille oggetti che mi distraggono per tre giorni e poi finiscono in un cassetto?
Sono domande che, dentro la grammatica della nostra economia, suonano addirittura sovversive. Domande che, se applicate seriamente, fermerebbero metà delle attività economiche del paese. Probabilmente più di metà. E forse è proprio per questo che abbiamo smesso, collettivamente, di farle. Non tanto perché siano difficili. Perché sono troppo radicali. Perché farsele significherebbe ammettere che gran parte di quello che produciamo è inutile, gran parte di quello che compriamo è superfluo, gran parte di quello che cementifichiamo è ingiustificato.
Significherebbe, alla fine, ridefinire da zero cosa è una vita di successo. E questo è il tabù vero, sotto tutti gli altri.
La signora Renata, che vive vicino a casa mia, ha sessantadue anni e ha lavorato tutta la vita al supermercato. Quando passa davanti a un capannone nuovo, dice: “Almeno qualcuno lavora.” Ha ragione lei, dentro la cornice in cui è cresciuta. Lavorare è la cosa che dà dignità a una persona, e qualunque attività che produca lavoro è degna di esistere, e chi mette in dubbio l’attività mette in dubbio la dignità del lavoratore che ci sta dentro.
Questo nodo è il vero ostacolo. Sarebbe ingiusto chiedere alla signora Renata, a metà della sua vita, di accettare che il sistema in cui ha lavorato è insostenibile. Sarebbe ingiusto chiedere all’operaio che cementifica il prato di scegliere tra il suo stipendio e l’integrità del suolo. La domanda “ma serviva?” non può essere fatta dal basso, perché chi sta in basso sta solo cercando di sopravvivere dentro le regole che gli sono state date.
La domanda andrebbe fatta in alto. Dove si decide cosa autorizzare, cosa incentivare, cosa premiare, cosa mostrare come modello. E in alto, da almeno mezzo secolo, la risposta è sempre la stessa: tutto, purché generi PIL.
Il tre maggio è la conseguenza fisica di quella risposta. Tradotta in giorni del calendario, in ettari di suolo coperti, in pianeti necessari, in temperature che salgono.
Quando saremo scomparsi, e sarà presto in termini geologici, qualcuno troverà i resti dei nostri capannoni e cercherà di capire chi eravamo. Troverà strati di cemento che coprono terra fertile, troverà oggetti di plastica accumulati in quantità ingiustificabili rispetto al numero di umani vissuti, troverà tracce di una specie che ha bruciato per il proprio comfort due o tre volte la quantità di energia che il pianeta poteva rigenerare.
Probabilmente quel qualcuno, se sarà capace di pensare, si farà la stessa domanda che noi non ci siamo fatti.
Ma serviva?
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Mantica diventa un podcast e video
Da oggi Mantica è anche in video e podcast.
Ogni giovedì alle 7.00 su YouTube e Spotify.
Wild Roots Festival
Mancano meno di due settimane alcuni laboratori stanno letteralmente andando a ruba! Li trovate su Eventbrite.🌿
Sarà una bellissima giornata, non vediamo l’ora. Tutte le info qui!
Mantica Book-Club di Maggio
Libro del mese: Un altro giro di giostra (Tiziano Terzani, Longanesi)
A settantuno anni, mentre vive a New York, Tiziano Terzani riceve una diagnosi che cambia tutto. Invece di affidarsi soltanto alla medicina occidentale, decide di partire. Va in India, alle Filippine, a Hong Kong, in Tailandia, sull’Himalaya. Cerca guaritori, monaci, sciamani, dottori di ogni tradizione. Scopre presto che il viaggio non riguarda la guarigione del corpo ma l’incontro con sé stesso. Un altro giro di giostra è il diario di quella ricerca: un libro sulla lentezza, sulla malattia come maestra, sulla possibilità di guardare la propria vita dall’esterno proprio mentre la si sta perdendo. Un invito ad ascoltare la chiamata che arriva quando le certezze si rompono — e a non aver paura del silenzio che si apre dietro.
Quando (live): sabato 17 maggio, a Wild Roots
Quando (online, per gli abbonati): mercoledì 20 maggio, ore 20:30
Dove (online): su Google Meet (il link verrà inviato il giorno stesso)
Durata: 60 minuti
Formato: lettura condivisa + discussione guidata
Prossimi eventi dal vivo
In molti mi chiedono dove poter avere informazioni sui miei prossimi eventi dal vivo.
Gli appuntamenti di Maggio:
09/05: Paranoia Festival, Bergamo
17/05: Wild Roots, Ome (BS)
24/05: Stay Young Festival, Comano Terme (TN)
Il resto del calendario lo trovate qui, sempre aggiornato.
MONGOLIA – Rewild Your Mind con PA Cycling
📅 1–15 agosto 2026
14 giorni · 8 tappe
🚴♂️ 671 km · 7000 m D+
🏕 In tenda e gher tradizionali
👥 Max 8 partecipanti
Il programma completo, scoprilo su 👉 https://thaleaproject.com
Oppure scrivici: thaleaproject@gmail.com
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Ciao Andrea, grazie perché con ogni tuo scritto dimostri che tornare all'essenziale non significa perdere qualcosa, ma restituire respiro e profondità a ciò che conta. Ogni settimana togli una maschera, di quelle ormai così adese da non essere più visibili ai più, rendendole di nuovo manifeste. E nonostante il dolore di questi strappi, che rendono evidente la disfunzionalità a cui siamo soggetti, è bello trovare ogni volta la bellezza che sta al di sotto, la meraviglia, appunto, dell'essenziale.
La direzione dell’osservazione alta non ci può abbandonare. Eppure in pochi procedono anche sulla dimensione verticale della vita, quella che ti solleva e ti dà un punto di osservazione in alto, fuori dalla dimensione orizzontale.
Sono due orizzonti visibili dai due punti di osservazione e sono molto diversi, più è alto il punto di osservazione più vasto è l’orizzonte maggiore è la visione. Stare in quel punto d’intersezione e tenere presenti le due dimensioni ci darebbe la possibilità di metterle in relazione, e di farci delle domande. E, si, ci sarebbe di grande utilità su molti piani.