Tenersi per mano
Sul gesto che gli uomini hanno disimparato
Alcuni anni fa, mentre accompagnava i figli a scuola, il fotografo bulgaro Valery Poshtarov ha avuto un pensiero semplice e definitivo. I suoi due bambini gli tenevano la mano, come fanno tutti i bambini, e a un certo punto avrebbero smesso. Non per una ragione precisa. Sarebbero cresciuti, sarebbero diventati ragazzi, e quel gesto si sarebbe sciolto in qualcos’altro. Una pacca sulla spalla, un saluto a distanza, magari un abbraccio nelle occasioni importanti. Tra loro e lui, pian piano, si sarebbe aperto uno spazio che la mano aveva tenuto chiuso per anni.
Da quel pensiero è nato un progetto. Poshtarov ha cominciato fotografando suo padre e suo nonno, mano nella mano. Suo nonno aveva novantacinque anni. Poi è arrivata la pandemia, il vecchio andava protetto, e per quasi un anno tutto si è fermato.
Una mattina di primavera, camminando per le strade di Sofia, Poshtarov si è fermato davanti a una casa che lo aveva colpito. La porta si è aperta. Una donna è uscita spingendo il marito in sedia a rotelle. Stringeva tra le braccia una cornice. Si è avvicinata al fotografo e ha detto: questo era nostro figlio, è morto otto mesi fa, mio marito vorrebbe farsi fotografare con lui. Poshtarov ha scattato. Ha capito che il progetto era già cominciato senza di lui.
Da quell’incontro sono nate centinaia di altre fotografie. Quattordici paesi: Bulgaria, Italia, Turchia, Georgia, Armenia, Serbia, Grecia, Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, San Marino, Slovacchia, Svizzera, Francia. Una sola macchina, una Fujifilm GFX100S. Una sola lente, un quarantacinque millimetri. La regola compositiva è sempre la stessa: due uomini al centro dell’inquadratura, di fronte alla camera, mano nella mano. Lo sfondo cambia ogni volta perché racconta chi sono: il garage dove lavorano, la stanza di casa, il muro di pietra del paese, il cortile dell’azienda. Cambiano gli abiti, le rughe, gli sguardi. Cambia, soprattutto, il modo in cui le mani si trovano. In alcuni paesi il gesto è naturale. In altri è qualcosa che padre e figlio si erano sempre negati.
Nelle parole di Poshtarov, dal momento in cui un figlio lascia la mano di suo padre al momento in cui ha il coraggio di riprenderla passano decenni. A volte una vita intera. Spesso quel coraggio resta una possibilità mancata.
Il progetto ha vinto il primo premio nella categoria ritratto ai Sony World Photography Awards del 2024, è stato esposto a Somerset House a Londra, ha viaggiato in mezza Europa. Ma quando gli chiedono qual è il riconoscimento che lo ha segnato di più, Poshtarov risponde sempre nello stesso modo. Le lettere. Lettere di figli che hanno perso il padre pochi mesi dopo lo scatto. Persone che gli scrivono per dirgli che quella fotografia è l’ultima testimonianza che hanno di una mano scomparsa. Che senza quel suo passaggio in paese, senza quella richiesta strana di mettersi in posa con il padre, quel gesto sarebbe rimasto sospeso per sempre. E che adesso è tutto.
Mi sono chiesto a lungo perché questo progetto colpisca così tanto. La risposta che mi sono dato è che le fotografie di Poshtarov mostrano una cosa che la nostra cultura ha disimparato a vedere: la tenerezza tra uomini. Non l’amicizia di superficie, le pacche, le risate da bar. La tenerezza vera, quella che resta a vista, quella che ha bisogno del contatto.
Per la maggior parte di noi maschi, il contatto con il padre si esaurisce a un certo punto dell’infanzia. C’è un momento, intorno agli otto, dieci, dodici anni, in cui le carezze diventano sospette. In cui il bacio della buonanotte si trasforma in un saluto rapido. In cui la mano del padre, che fino a pochi mesi prima era un’estensione naturale della propria, diventa un confine. Non c’è una decisione esplicita. Succede e basta. Il padre, dal canto suo, sente che il figlio si sta tirando indietro e si tira indietro a sua volta, per pudore, per rispetto, per quella cosa che gli era stata insegnata anche a lui dal proprio padre. E così, in due, lasciano cadere una cortina sottile che continueranno a chiamare relazione.
Da lì cominciano le decadi di silenzio fisico. Si parla, certo. Si litiga, ci si confronta, magari si lavora insieme, ci si dà consigli. Ma le mani restano lontane. Gli abbracci, quando arrivano, durano un secondo. Le lacrime si reprimono in entrambe le direzioni. La possibilità di una tenerezza esplicita, dichiarata, presente, viene archiviata in un cassetto a cui nessuno dei due torna a cercare la chiave.
Le neuroscienze hanno un modo preciso di descrivere quello che accade. Il contatto pelle a pelle attiva il nervo vago, abbassa il cortisolo, regola il battito cardiaco di entrambe le persone in contatto. Una mano che ne tiene un’altra è una conversazione tra due sistemi nervosi che si sincronizzano. Quando una madre prende in braccio un neonato in lacrime, il pianto si placa anche perché il battito del corpo adulto, più lento, fa da metronomo a quello frenetico del bambino. Lo chiamano coregolazione, ed è uno dei processi più potenti della fisiologia degli affetti.
Per gli uomini occidentali, dopo l’infanzia, questa coregolazione fisica con il padre si interrompe quasi del tutto. Resta in alcune cerimonie ridotte: il saluto al matrimonio, l’abbraccio al funerale, qualche stretta di mano un po’ più lunga del solito quando qualcuno si ammala. Per il resto, la vita scorre senza che le pelli si tocchino mai più.
Il risultato è che molti uomini, quando il padre muore, scoprono di avere dimenticato com’era la sua mano. Sanno la voce, la postura, le opinioni, le piccole manie. Ma la mano, no. L’avevano persa da quando erano bambini.
Penso a mio padre. Penso ai miei di figli. Quando li accompagno a scuola, mi tengono ancora la mano. Il più piccolo a volte la lascia, scappa avanti, poi torna indietro e me la riprende. Il più grande, in certi giorni ha già quella postura che io conosco bene, quella postura che dice: papà, davanti agli altri no. Sta cominciando. La distanza fisica tra padri e figli maschi sta cominciando a posarsi anche su di noi, lentamente, come polvere su un mobile.
So cosa succederà.
Tra qualche anno la mia mano gli sembrerà superflua. Tra qualche altro anno, gli sembrerà imbarazzante. Tra molti altri anni, se la nostra storia segue il copione classico delle storie di padri e figli, sarà passato così tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo tenuti per mano che avremmo perso anche il modo di farlo. E ci ameremo lo stesso, come si amano quasi tutti i padri e i figli.
Mi chiedo quante delle cose che chiamiamo amore tra padri e figli siano in realtà rimpianto del tempo in cui l’amore era un gesto del corpo. Quante delle nostre conversazioni adulte siano un modo per arrivare di lato a un contatto che abbiamo disimparato a chiedere. Quante delle nostre litigate siano una richiesta sbagliata di vicinanza.
C’è una cosa che gli uomini occidentali fanno fatica a dirsi, e che il lavoro di Poshtarov porta in superficie attraverso le lettere dei figli orfani: la mano del padre, anche quando la lasciamo da parte per decenni, continua a essere una delle cose che vorremmo poter prendere ancora una volta. Questo desiderio resta, sotterraneo, per tutta la vita. Quando il padre muore, il desiderio sopravvive a lui. Diventa un cassetto chiuso, un vuoto preciso, una forma scavata nello spazio che da quel momento porteremo addosso.
Le fotografie di Poshtarov fanno una cosa molto semplice e molto radicale. Restituiscono a quel desiderio la possibilità di accadere, mentre il padre è ancora qui. Costringono due uomini, magari per la prima volta in trent’anni, a far succedere quel gesto. Non a parlarne. A farlo. La fotografia è solo un pretesto perché il gesto possa esistere. È la scusa che permette di rompere una grammatica del silenzio che dura da generazioni.
Per molti di quei figli, i pochi minuti davanti alla macchina fotografica sono stati l’unica volta, in tutta la loro vita adulta, in cui hanno tenuto la mano del padre. E poi il padre è morto. E quella mano, quella sensazione precisa, è rimasta solo dentro la fotografia. Per il resto della vita avranno qualcosa di concreto a cui tornare. Un segno che dice: c’è stato un momento in cui ci siamo presi per mano. È accaduto davvero.
Mi piacerebbe che ognuno di noi, prima che sia troppo tardi, trovasse il proprio Poshtarov. Una scusa, una richiesta strana, un pretesto qualsiasi che ci permettesse di prendere ancora una volta la mano di nostro padre. Senza spiegazioni, senza dichiarazioni. Solo il gesto.
E mi piacerebbe che i miei figli, un giorno, anche dopo che avranno smesso di darmi la mano per strada, trovassero un modo qualunque per riprenderla. Anche solo una volta, anche solo per un secondo. Anche solo per ricordarsi com’era. Perché l’unica cosa peggiore di una mano scomparsa è una mano che c’è ancora e nessuno chiede.
Una nota piccola ma utile: Le fotografie che accompagnano questo pezzo sono parte del progetto Father and Son di Valery Poshtarov. Gli ho scritto qualche giorno fa per chiedergli di poterle usare, e mi ha risposto con la gentilezza di chi sa quanto le immagini possano viaggiare lontano da chi le scatta. Lo ringrazio. Andate a vedere il progetto completo su poshtarov.net, con tutte le coppie fotografate nei quattordici paesi che ha attraversato.
Lasciatevi commuovere. È una di quelle cose che fa bene fare ogni tanto.
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📅 1–15 agosto 2026
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Ho pianto...grazie per questa perla
Bellissimo progetto, grazie per la condivisione e per le riflessioni come sempre puntuali e profonde. Mi chiedo: succede la stessa cosa con la mano della madre o è, in qualche modo, diverso? Consapevole che non ci siano risposte giuste o sbagliate, sarebbe bello riflettere anche su questa prospettiva 😊