Le pieghe del tempo
Dove va ciò che abbiamo amato, quando non c’è più?
Joan Didion, famosa scrittrice americana, non riusciva a buttare le scarpe di suo marito. John era morto di infarto mentre cenavano insieme, una sera qualsiasi di dicembre. Lei donò i vestiti, organizzò le banconote nel portafoglio in ordine di taglio — perché voleva che lui vedesse che stava gestendo le cose. Ma davanti alle scarpe si fermò. Non poteva darle via. Se lo avesse fatto, lui non avrebbe potuto tornare.
Sapeva che questo era un pensiero irrazionale. Lo scrisse nel suo libro L’anno del pensiero magico:
“Non ci aspettiamo di essere letteralmente pazzi, persone lucide e controllate che credono che il marito stia per tornare e abbia bisogno delle sue scarpe.”
In una frase, Didion catturò qualcosa che chiunque abbia perso qualcuno riconosce: la parte di noi che rifiuta l’assenza non perché non la capisce, ma perché capirla non basta.
Tra tutti i meccanismi di difesa, quello che mi ha sempre più impressionato, anche quando ero un giovane studente di psicologia, è il diniego.
Il diniego è un meccanismo che implica il rifiuto, spesso inconscio, di accettare una parte della realtà. È diverso dalla semplice negazione, che può essere anche consapevole. Il diniego è più profondo. È una differenza sottile, ma potente: chi lo attiva, spesso non sa nemmeno di starlo facendo. Nella negazione io vedo il problema e lo nego; nel diniego, è come se non esistesse. Non esiste proprio. È l’esclusione involontaria e automatica della propria consapevolezza rispetto a un aspetto della realtà che disturba.
Come si può immaginare, è molto frequente nei bambini. Ma quando un adulto ricorre al diniego come modalità persistente, esprime una difficoltà nella capacità di valutare correttamente la realtà. È una rimozione coatta di una porzione di realtà, una censura emotiva.
Eppure, nel lutto, il diniego diventa qualcos'altro. Diventa il gesto più tenero e più disperato che un essere umano possa compiere.
Ricordo un mio paziente, qualche tempo fa, venuto in terapia a seguito della scomparsa della moglie dopo una lunga malattia. Aveva circa settant’anni, una vita passata assieme. Lo descriveva come uno di quegli amori semplici e duraturi, di quelli che maturano lenti, come i frutti migliori.
Ho per sempre stampato nella mia memoria il pomeriggio in cui mi raccontò che certi giorni il dolore della perdita era insopportabile. La mancanza di quell’amore era soffocante. Allora per sentire nuovamente la sua presenza, andava in camera e apriva l’armadio di lei. Prendeva un vestito, uno a caso, e lo annusava. Lo faceva così forte da far entrare ancora per un attimo la sua energia. Per sentire l’alone, il calore tiepido di una candela spenta da poco.
A volte apriva solo le ante, e restava lì. Fermo.
Era il suo modo di negare l’assenza. Mi colpiva fino a commuovermi questo straordinario gesto di protezione. Di difesa dal dolore insopportabile della perdita, tanto da diventare lui stesso lo strumento della protezione. Un ultimo tenero e disperato tentativo di ingannare il tempo. Di ingannare la morte. Di rifiutare l’angoscia dello scorrere inesorabile di questo grande fiume che è la vita, che nel farlo trascina tutto con sé.
Tutto è morto e tutto è ancora vivo, è solamente tutto cambiato.
Roland Barthes, il grande intellettuale francese, il giorno dopo la morte della madre iniziò a scrivere su piccoli fogli di carta tagliati in quarti. Trecentotrenta frammenti in due anni. Non un libro, ma schegge. Scrisse:
“Scrivo la mia sofferenza sempre meno, ma in un certo senso diventa più forte. Passa nel regno dell’eterno, perché non la scrivo più.”
Due modi diversi — l’armadio e i frammenti — di fare la stessa cosa impossibile: trattenere qualcuno nelle pieghe del tempo.
Io stesso, quando ho perso un caro amico, ho continuato per mesi a controllare saltuariamente se si fosse collegato a WhatsApp. Guardavo l’ultimo accesso, quella riga grigia con la data e l’ora. Sapevo che era senza senso. Ma era più forte di me. L’armadio, le scarpe, il telefono — gesti diversi, stesso circuito.
Perché è esattamente quello che succede nel cervello. Uno studio pubblicato su NeuroImage nel 2008 ha scoperto che nelle persone in lutto le fotografie della persona amata attivano il nucleo accumbens — il centro della ricompensa, lo stesso circuito che si accende nel desiderio, nella dipendenza, nell’attesa di qualcosa che ci fa stare bene. Il cervello di chi ha perso qualcuno sta cercando. Cerca la persona come se fosse in un’altra stanza, e bastasse trovare la porta giusta.
Solo che la porta non c’è.
Il mio paziente con l’armadio faceva esattamente questo. Cercava. Il suo cervello, annusando quel vestito, accendeva per un istante lo stesso circuito che si attivava quando lei era viva. Per un istante il mondo tornava intero. Poi il profumo si dissolveva, l’armadio restava un armadio, e il vuoto tornava più largo di prima. Questa è la struttura della malinconia: un cercare che il corpo ripete anche quando la mente sa che non troverà. Un circuito che si accende e si spegne, si accende e si spegne. E ogni volta che si spegne, la distanza cresce.
Non siamo i soli a farlo. Nel 2018, un’orca di nome Tahlequah ha portato il corpo del suo cucciolo morto per diciassette giorni nel Pacifico nordoccidentale. Milleseicento chilometri. Lo spingeva con la testa, lo recuperava quando affondava, smetteva di mangiare. Jane Goodall ha documentato come lo scimpanzé Flint morì quattro settimane dopo la madre Flo. Era morto di qualcosa che non aveva più, semplicemente. Gli elefanti tornano sulle ossa dei loro morti, le toccano, le annusano, a volte le coprono di foglie. Famiglie intere visitano il corpo di un elefante morto con cui non avevano legami di sangue.
La mancanza è scritta nel tessuto della vita. Dovunque ci sia attaccamento — tra mammiferi, tra uccelli, tra esseri che hanno condiviso tempo e spazio — la perdita lascia un segno che il corpo riconosce prima della mente.
C’è anche chi si addormenta sperando di sognare la persona che ha perso. Come intenzione. Come preghiera laica. Chiudere gli occhi e sperare che dall’altra parte del sonno ci sia un incontro. Un’indagine del Pew Research Center ha trovato che più della metà degli adulti americani dice di essere stata visitata in qualche forma da un parente morto. La maggior parte descrive quei sogni come visite vere e proprie. La persona appare sana, spesso più giovane. La comunicazione passa attraverso la presenza, senza parole. Chi si sveglia descrive un incontro. Reale, fisico, con il peso e il calore di un corpo vivo.
La scienza li chiama visitation dreams e fatica ancora a classificarli. Vanno oltre la patologia. Vanno oltre l’elaborazione classica del lutto. Sono qualcosa di più strano e più antico: il tentativo del cervello di piegare il tempo per un attimo. Di far uscire qualcuno dalle pieghe dove è scomparso.
C’è qualcosa che il cervello non riesce a elaborare della perdita, e non è il dolore. È il tempo. L’idea che una persona che ieri occupava spazio, produceva calore, spostava l’aria entrando in una stanza, oggi semplicemente non esista più. Che la sedia sia vuota. Che il numero di telefono non risponda. Che il mondo continui esattamente come prima, come se quella persona non avesse mai spostato nulla.
Il corpo lo rifiuta. Vorremmo strappare le persone dalle fotografie, tirarle fuori anche solo per un secondo, sentire di nuovo il peso della loro mano sulla spalla. Tornare indietro di un’ora, di un pomeriggio, di un respiro. Chiunque abbia perso qualcuno conosce quel pensiero impossibile: se solo potessi rivederlo per un istante. Solo uno. Per dirgli quello che non gli ho detto.
La fisica ci dice che il tempo è relativo. Che passato, presente e futuro coesistono, che la separazione tra loro è, come scrisse Einstein, “solo un’ostinata illusione.” Eppure noi lo sentiamo scorrere in una sola direzione. E quella direzione porta via tutto.
Se nulla si crea e nulla si distrugge, allora l’energia che ci ha animato prosegue quando il corpo si ferma. Si trasforma. Si disperde. Torna a far parte di qualcosa che ha la nostra materia anche se ha perso il nostro nome. È una domanda diversa da quella che ci poniamo di solito. “A cosa è tornato chi ho perso?” invece di “dove è andato?” “Di cosa siamo fatti, io e lui, quando togliamo tutto il resto?” invece di “ci rivedremo?”
Gli antichi avevano certezze. Per gli egizi, chi superava il giudizio di Osiride raggiungeva il Campo dei Giunchi: un paradiso fertile, pieno di luce, dove l’anima si ricongiungeva con chi aveva amato in vita. Per i greci, le anime dei giusti riposavano nei Campi Elisi, in un’eternità senza dolore. Per i sufi, la morte era una notte di nozze: il 17 dicembre, anniversario della morte di Rumi, si celebra ancora come Sheb-i Arus — la notte dell’incontro con l’amato. Rumi scrisse:
“Quando vedrete la mia bara portata via, non pensate che stia lasciando questo mondo. Non piangete per la mia dipartita. Una tomba è solo un sipario: dietro c’è il paradiso.”
Forse sapevano qualcosa che noi abbiamo dimenticato nella fretta di spiegare tutto. Forse la fiducia in una riunione — in qualche forma, in qualche tempo — era il modo più antico e più coraggioso di stare dentro il mistero senza pretendere di risolverlo.
La mancanza, vista da questa angolazione, smette di essere solo un vuoto. Diventa una tensione vitale. Una lente di ingrandimento sul mistero stesso della vita, il filo che tiene insieme il presente e il passato, il materiale e l’immateriale, ciò che tocchiamo e ciò che ci sfugge. La mancanza è la prova che qualcosa è stato reale in un modo così profondo che la realtà non riesce a contenerlo nemmeno dopo che è finito.
Esiste un modo più umano di stare dentro questo mistero? Forse no.
Forse il nostro modo è proprio quello: tenere le scarpe nell’ingresso, aprire un armadio, portare un corpo che non respira più attraverso milleseicento chilometri di oceano. Fingere che alcune cose non esistano — la fine, l’assenza, il silenzio definitivo — perché quello che vediamo e percepiamo non è mai stato altro che una piccola porzione di ciò che ci circonda.
Tutto è possibile. E se così non fosse — se non ci fosse nessun Campo dei Giunchi, nessun sipario da attraversare, nessuna notte di nozze dall’altra parte — continueremo a incontrarci lo stesso. Di notte, nei sogni. E di giorno, nei nostri cuori. Dove chi abbiamo amato non ha mai smesso di vivere.
Dove va il vento, quando non soffia?
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Prossimi eventi dal vivo
In molti mi chiedono dove poter avere informazioni sui miei prossimi eventi dal vivo. Li trovate qui, sempre aggiornati.
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A breve tutte le info!
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🚴♂️ 671 km · 7000 m D+
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Ogni percorso è un invito diverso, ma tutti nascono dalla stessa intenzione: creare spazi autentici di presenza, ascolto e cambiamento.
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Quando mia mamma morì, aveva 37 anni, io 12: per molto tempo sono sopravvissuta pensando che se ne fosse andata, che vivesse lontano, che sarebbe tornata a prendermi. Quando la sognavo, le chiedevo: per quanto ti fermi? Torni? E mi svegliavo prima che potesse rispondermi. Poi, ho smesso di sognare e di aspettare. Ho nascosto quel dolore in fondo in fondo. Però le parlo ancora, mi chiedo cosa sarà diventata, le chiedo aiuto, e di anni adesso ne ho 53…
Grazie per la bella riflessione
Ancora una volta sei riuscito a trasformare in parole quel groviglio di pensieri, emozioni e lacrime che abbiamo dentro.....
Il mio papà ci ha lasciato tre anni fa, improvvisamente, era bello come il sole e pieno di vita....
La scorsa settimana, dopo lunghe e complicate procedure burocratiche, siamo riusciti ad esaudire il suo desiderio, disperdere le sue ceneri nel mare della Liguria, a Portovenere, un posto che lui amava particolarmente.
Nei mesi precedenti, pensare a questo gesto mi riempiva di ansia e disperazione, pensavo che non sarei mai riuscita a farlo.... invece quando mi sono trovata su questa barchetta e ho visto la cenere che piano piano si disperdeva sull'acqua blu, ho realizzato che quella cenere non era il mio papà... il mio papà era un'altra cosa.... era una presenza forte, con i suoi baffi meravigliosi, le sue battute, il suo tono burbero ma così affettuoso e presente...
e forse da quel momento il dolore si è come "alleggerito".....
Non so dove sia adesso, ma non posso e non voglio pensare che non ci sia più, proprio più.... forse si è trasformato in qualcos'altro, forse è uno spirito che ci guarda dall'alto, forse è un alito di vento.... ma voglio pensare che sia sempre con me....
Grazie Andrea, non ho condiviso con nessuno questi pensieri, ma questo è uno "spazio protetto" e la tua anima che dà voce a questi pensieri così complicati è davvero preziosa....